(PANFOLKLORICA)

   Perché se si cita, e pare proprio che non si possa farne a meno, tanto vale citare il passato o qualcosa che sulla soglia dell’estinzione merita protezione come certe meravigliose belve. Pleonastico citare il presente giacché in tal modo viene a cessare ogni distanza critica e al contempo matura – è un po’ come gettarsi la zappa sui piedi – lo spettro del cosiddetto effetto boomerang (così è definito in pubblicità un esito controproducente). E’ il caso sconfortante, occorre dirlo, dello spettacolo Him della compagnia teatrale Fanny & Alexander che vampirizza un lavoro (quello con Hitler in ginocchio, per intenderci) di un artista già ampiamente sovraesposto come Maurizio Cattelan rivelando così un debito di coraggio o, per meglio dire, di idee. Vivere di luce riflessa… pure Francesco Vezzoli deve molto al recupero di stagionate dive dello schermo… Di contro si cita qualcosa per resuscitarlo, per salvaguardarlo se possibile. E’ questo il nodo gordiano della ricerca di Armenia che ama accarezzare lo splendore, le nequizie di costumi ancestrali, il pathos di riti religiosi e, ancora, le radici magiche di processioni e feste patronali, i cerimoniali orfici legati al lutto. Fate conto, la voglia è quella di compensare, lotta impari, le volgarizzazioni che abbassano l’etnografia a mera kermesse turistica. Insomma, una mosca bianca nel panorama delle giovani generazioni artistiche fatto salvo il caso di Luigi Presicce.

  Nelle vene della caparbia Armenia scorrono folklore e misticismo e l’etnografia, studiata sul campo o a distanza geografica, può, fra le altre cose, agire da antidoto alla superficialità sociologica della metropolitana Public Art dopodiché, per quanto il cuore pulsante appartenga alla sua terra natia, la Sicilia, ad emergere è un sentimento sovranazionale che mixa suggestioni nordiche, caucasiche, tibetane persino, infischiandosene, nella migliore tradizione strutturalista, d’ogni barriera etnica. Anziché uniformarsi al mainstream – meglio inforcare strade impervie, cannibalizzare l’altrove, vagheggiare un crossover etnico, artisticamente trasfigurato, in grado d’affrontare l’audace sfida che sollecita a varcare la soglia di un kitsch trascendentale rivisto in chiave panfolklorica.

   Per dirla con Buñuel, “il tema della morte m’interessa come conseguenza della mia educazione cristiana” e nella fattispecie sono i rituali funerari del meridione a calamitare l’attenzione di Armenia che sebbene allettata dalla cultura dark – come delle odierne riletture emo – poco ha da spartire con simili ostentazioni nichiliste, così come con le manichee tempeste heavy-metal, ovverosia con le orde un tempo germaniche (la notte gotica) oggi finnico-scandinave consapevole che nella cultura mediterranea ogni mito, persino nei progressivi slittamenti sincretici, nelle trasfigurazioni cristiane, conserva un’ambiguità di fondo, una valenza plumbea e luminosa (Dioniso insegna). Detto ciò, nella lunga performance Visitu visitusu – Armenia Bara! la nostra eroina surroga la propria morte fino a forme limite di debilitante stasi; uno “stato secondo”, un’estasi assecondata da un travestimento feticista, siculi costumi, paragonabile ad un’immaginetta sacra da profanare a mo’ di Vergine circonfusa di lacrime. L’atmosfera è asfissiante ciò nondimeno i lugubri valori canonicamente incarnati dalla panoplia funeraria, così come dagli struggimenti rituali delle prefiche, sono esorcizzati da una cassa da morto – nella quale giace immobile, ovvio – dipinta secondo lo spirito solare delle decorazioni dei carretti siciliani affiancata per giunta, la bara, da pannelli che illustrano episodi cruciali della trascorsa vita a conferma d’una verve narrativa solidale col mondo dei pupari, dei cuntastorie che sopravvivono in Sicilia grazie a figli d’arte come Mimmo Cuticchio.

Ascoltare l’incenso”, si può… mettere in scena la propria morte, anche… Calamitare l’attenzione, sublimare il dolore, ancorché fittizio, provocato dalla propria dipartita sulla falsariga di Tom Sawyer allorché, nascosto, assapora i piaceri consolatori della propria presunta salita al cielo (cosa che ad Armenia affina l’udito), ecco una ricattatoria e paradossale supplica d’affetto, una vetrina sentimentale capace di soddisfare un narcisistico addio al mondo ricalcato sul viale delle rimembranze dove, pallide e crudeli, passeggiano le perfide sorelle… le donne fatali care a Bram Dijkstra che di queste cose se ne intende. Giù la maschera, allora! onore alle divine Sarah Bernhardt, Theda Bara, Louise Brooks, catastrofiche donne falliche dai capelli corvini… largo alle belles dames sans merci care al Simbolismo nonché al cinema muto del primo Novecento. Il cinema muto e il bianco & il nero ecco un’altra deriva – dannunziana? – cara alla nostra paladina che per esprimersi s’avvale d’ogni mezzo espressivo: dalla pittura alla performance, alla videoarte.

   Una videoarte sacrilega (menippee fru-fru attorno all’idea cattolica del peccato poiché tra i cespugli, nel bush, s’avvertono gli spettri di Buñuel o, meglio, del suo epigono Jodorowsky) che fa sua la riflessologia ieratica, enfatica, del cinema muto – sfarfallio di ciglia, strabuzzare d’occhi – tanto che appare lecito interpretare simile videoarte, spudoratamente anacronistica, come una sorta di pittura trasposta; resa cinetica, abitata da visi cinematograficamente arcaici pesantemente bistrati alla Theda Bara (l’attrice specializzata in ruoli da vampira). E’ il caso di un video presentato all’interno della rassegna Videoart Yearbook 2010 dove ci si invita a decifrare le vicende di una coppia di “santi”, parodisticamente reincarnati, indaffarati a recitare un risibile gioco della seduzione con l’ausilio di movimenti sincopati, circensi persino, degni degli attori-marionetta vagheggiati da Mejerchol’d. Eppure già i pupari s’impongono al ricordo come paladini della stilizzazione scenica mentre qui, vivaddio, è la stessa artista assistita da un complice a rispolverare simbolismi coreografici, ingenui, vetusti, che se ne infischiano della recitazione realistica. Gesti araldici rubati alla danza mimica; alle liturgie sacre, vale a dire a quella primigenia forma di teatro in strada che sono le processioni figurate, le pantomime patronali, i Misteri portati in corteo.

   Nomen omen dicevano gli antichi latini così, senza scomodare la dissoluta Amy Winehouse, è fatale vagheggiare l’Armenia come territorio oleografico o, per meglio dire, come paese fiabesco visto che, il passo è breve ma non scontato, tale suggestione ci consente d’affrontare l’ideale patto di sangue della nostra col regista d’origini armene Paradzanov che, tra una disgrazia e l’altra, dedica un lungometraggio – in realtà una sequela di tableaux vivants – alla cultura armena incarnata sullo schermo da un monaco e poeta del Settecento, Sayat Nova, che battezza il film mutato in seguito dalla censura sovietica ne Il colore della melagrana. Si badi, si tratta d’una pellicola del 1969 – anteriore quindi all’avvento sulla scena nostrana di Luigi Ontani, semmai è vagamente paragonabile al Pasolini de la La ricotta – dal taglio etnologico, priva di dialoghi, che ricrea sullo schermo non il sopore eterno della morte, bensì la stasi immaginale delle miniature religiose armene. Ma il film non si limita a sottrarre all’oblio, ad imbalsamare sullo schermo gli episodi salienti della vita del monaco tenuto conto che le inquadrature, pressoché fisse, sfoggiano oggetti d’ogni risma che sistematicamente s’ergono a protagonisti quali emblemi dell’arte popolare armena. Fate caso, un’analoga venerazione per l’oggettistica popolare – per l’anima dei luoghi – pervade la nostra figlia del sole giacché balza subito agli occhi la già accennata iconografia associata ai carretti siciliani, ai pannelli dipinti in modo naif dai cuntastorie, insieme all’esoterica tradizione dei tarocchi ancora viva in taluni sperduti paesi siciliani e, panica digressione, al mondo magico dei ciaurauli maneggioni di serpenti dalla salvifica saliva… e poi ecco rabdomantici scettri itifallici, merletti della nonna, tessuti e tappeti in grado d’innalzare qualsiasi luogo a dimensioni auliche. E’ chiaro, il fine è quello di restituire simile corredo (svalutato) all’attenzione di chi vuol e sa vedere. Detto altrimenti, sempre sull’onda di Paradzanov, uno sperimentatore che s’esprimeva attraverso la tradizione come mira a fare la stessa Armenia, di tanto in tanto torna utile animare l’ombra degli avi perduti attenti però a non sovrastimare l’impianto filologico affinché l’orizzonte metafisico non abbia a soffrirne. Così, a cavallo di un manico di scopa, l’artista s’avventura in un passato archetipo. Armenia City In The Sky, cantavano gli Who.

   Giunti a questo punto fra le numerose opzioni rimaste a disposizione è sfizioso allungare lo sguardo su di una bizzarra gallina imbalsamata, metallizzata, resa bluastra come un pavone animale araldico per eccellenza; e d’altra parte la stessa gallina è coronata a festa peggio d’una principessa bizantina. S’apparecchia così un rovesciamento simbolico degno di quel mondo alla rovescia descritto da Giuseppe Cocchiara nell’omonimo libro. Ma – non ce ne voglia l’angelo yazida Ta’us Melek – la bluastra non è la sola protagonista di un tableau vivant fotografico ironicamente battezzato Grano turco perché a turcheggiare accanto al volatile è la medesima artista nei panni nobili di chissà quale principe esotico che infine – munita com’è di baffi bistrati – scopriamo ginandro.

   Una volta digerita la natura ossimorica del mondo poetico di Armenia – l’inversione rituale del perturbante in attesa d’una insospettabile catarsi, balsamica come l’aria che si respira a pieni polmoni dopo un acquazzone estivo; la capacità di compendiare aromi mediterranei con sepolcri iperborei (da qui il viaggio nei paesi scandinavi per testare l’ultima Thule gotico-metallara; da qui la fascinazione per le strazianti geremiadi di Sopor Aeternus, mesta opera del transessuale Anna Varney che trasborda l’anima alla volta delle isole Böcklin) – non si pensi ad Armenia come ad una sprovveduta coltivatrice del più retrivo conformismo neogotico, del totalmente mostruoso, del disgusto per il disgusto, giacché l’originalità della sua ricetta risiede appunto nella non comune miscela – versione radiosa del dark folk – tra vitalistica passione e marmoreo rigor mortis. Guardatela cucire, colmare il vuoto tra la stretta attualità artistica e la malia profusa da sempre più sfuggenti forme di cultura popolare, arcaica. Armenia adopera gli strumenti più avanzati dell’arte per parlarci della tradizione

agosto 2011 Bruno Benuzzi

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